Perchè smetterla di confrontarsi con gli altri

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Confrontarsi con gli altri è una partita persa già in partenza. Eppure è una delle azioni preferite dell’essere umano. Ci piace giudicare, e credere che il nostro giudizio sia perfetto, estremamente preciso, veritiero. Ecco almeno 4 buoni motivi per i quali servirebbe smetterla di confrontarsi con gli altri.

1. Questione di energia: confrontarsi continuamente con gli altri porta allo sfinimento e ci distoglie dai veri obiettivi. Che sia sul lavoro, in famiglia o nella vita privata, non si può mai veramente pensare di paragonare due o più individui. Ognuno ha la propria storia, le proprie avventure e le proprie croci da portare e non tutto ci è dato da vedere veramente.

2. Avendo storie diverse, diverse sono anche le mete e gli obiettivi. Vi sono infiniti percorsi che portano ad infiniti risultati. Confrontarsi sì, ma senza incamerare troppa rabbia o gelosia. Interessante sarebbe se il confronto diventasse costruttivo e capace di spingerci oltre i nostri limiti. La chiave allora è quella di valorizzare grandi personalità che prima di noi hanno ottenuto grandi risultati, anche in aree diverse e coltivare la pazienza e la costanza di poter vedere un giorno realizzare anche i nostri sogni più cari.

3. Dal confronto rabbioso, triste o pauroso con gli altri non può che crearsi uno spazio tutt’altro che produttivo e positivo. Da questo spazio non possono certo nascere o svilupparsi grandi idee. E di certo, non vi può essere alcun spiraglio per una crescita personale, un miglioramento.

4. Finiamo per scollarci da ciò che conta veramente e da ciò che chiamiamo ‘successo’ . La maggior parte finiamo per confrontarci con gli altri spinti dalla foga di avere successo. Una mente che chiamerò ‘fissa’ non fa altro che focalizzarsi sul raggiungimento degli obiettivi, sul paragonarsi agli altri, a chi può avere la meglio, e si demoralizza ben presto quando le cose non vanno come dovrebbero. Una mente sarà sempre infelice perché incapace di valorizzarsi veramente e mossa spesso da reazioni anziché da azioni. La mente ‘fissa’ infatti ama reagire al successo degli altri, per dimostrare di essere migliore. Una mente invece ‘in espansione’ invece è sempre costruttiva. Valuta il successo da quante cose impara ed assimila ogni giorno, si confronta con gli altri per carpire soluzioni e assorbire conoscenze, ama condividere e non ha mai paura di fallire. Il confronto distruttivo non esiste in una mente in espansione che è sempre pronta ad imparare.

Che bello essere a Greenwich

Walking down the Thames - Cutty Sark (1 of 1)The end of the day - Greenwich (1 of 1)Sono stata a Greenwich. Ci sono stata già parecchie volte, ma ogni volta è una riscoperta. Greenwich sembra essere così lontano dalla Londra incasinata e inarrestabile. Aldilà del fiume, la città sembra erigersi su di una terra straniera. Greenwich è per me gentile, romantico, gioviale. Mi sono fermata a scrutarne le caratteristiche e ho amato guardare la ‘city’ dall’alto della collinetta nel bellissimo parco. I colori azzurrini dei grattacieli si mischiano al cielo sereno di un pomeriggio di mezza estate.La bella università di Greenwich scruta orgogliosa il fiume in lontananza. Decine di click fotografici accompagnano la fresca brezza della collinetta sulla quale mi posiziono per scattare le mie di fotografie. Ne scatto un paio e poi decido di scendere verso il fiume a guardare l’orizzonte. La luce della sera sul Tamigi ha qualcosa di magico. Verso sera, stanca della giornata e seduta nel pub, la stessa luce filtra tra i vetri e illumina il mio gratin di funghi e noci. Cupola Blu (1 of 1)Silence 1 (1 of 1)Un’aria di vacanza e lentezza mi avvolge. In un attimo, sulla strada verso casa, come se mi fossi assentata per giorni, nei 30 minuti di strada che mi dividono da Greenwich, mi riapproprio delle qualità della mia cara, vispa e caotica Londra.

Lavorare in Inghilterra

Lavorare in Inghilterra, in un’azienda inglese. Una fantastica avventura. Un’opportunità per conoscersi meglio e per approfondire quella che è la cultura e la vita quotidiana inglese.

A mio parere, per un europe, lavorare in Inghilterra può essere una sfida appassionante e non scontata.

Quello che vado a scrivere oggi non è altro che il risultato della mia personale e limitata esperienza a Londra che però mi porta quotidianamente ad affrontare piccole sfide culturali capaci di regalarmi poi grandi soddisfazioni.

Rimangono pensieri, esperienze personali che però spero possano servire a chi si accinge a lavorare in un’azienda inglese.

Scrivo di questa esperienza perché al mio arrivo a Londra mi sarebbe piaciuto molto confrontarmi con qualcuno che mi potesse dire ciò che di diverso c’è in un mondo lavorativo inglese. Ricevere qualche dritta o qualche tipp non fa mai troppo male.

Negli ultimi 10 mesi ho visitato e vissuto due aziende inglesi e  devo dire che ho potuto delineare qualche punto comune che potrebbe aiutare chi si accinge ad affrontare un’avventura simile.

Per un Europeo (attenzione dico appositamente europeo) lavorare in Inghilterra e vivere un’azienda inglese è un’esperienza alquanto intensa e unica nel suo genere. Una bella sfida.
Non amo molto i luoghi comuni ma devo dire che la famosa Britishness, quell’educazione inglese di cui si parla tanto esiste eccome. Come è chiaro che non vi sia molto spazio per gli ‘urlatori’ tipicamente diffusi nelle aziende di cultura italiana e mediterranea.

In un’azienda inglese, innanzitutto, vi è una spinta generalmente molto meritocratica, o meglio, questa è la prima impressione. Vale la regola di chi si butta nel mare e nuota (anche se le bracciate sono un po’ goffe e non proprio perfette). Insomma, se sei propositivo, furbo, smart, se hai voglia di lavorare, farti vedere, venderti (a volte un po’ più di quello che realmente sei), beh c’è spazio per tutti, quindi avanti alla creatività e all’ambizione.

Non vale la regola che se sei più vecchio vali di più. O quella che non ti permette di crescere professionalmente perché sei in azienda da poco.

Allo stesso modo, non c’è molto spazio per gli ‘intimoriti’ o quelli che ancora non sanno se è la terra o il sole a girare. Specie a Londra dove la competizione è altissima, serve un certo pelo sullo stomaco, tanta inventiva, coraggio e a volte un po’ di faccia tosta.

Gli inglesi poi amano gli assessments. Ovvero quei momenti di valutazione per vedere come va, quali tipo di skills hai, come ti possono spremere. Danno l’impressione di essere fortemente interessati al tuo sviluppo, e magari lo sono genuinamente. Di certo sono molto bravi a coinvolgerti in qualsiasi tipo di attività che possa tornare utile. Amano monitorare, fare previsioni, dare l’idea di essere molto ‘umani’ e interessati allo sviluppo professionale a personale. Poi però ripeto, siamo a Londra, e se ne infischiano se il salario che ti rifilano a fine mese basta appena per pagarti l’affitto. Ma ripeto, siamo a Londra.

Quando qualche tempo fa ancora sogghignavo ad udire il mio amico inglese definirsi Non-Europeo, ancora non avevo avuto l’esaltante opportunità di lavorare in un’azienda inglese e vivere sulla mia pelle le differenze culturali.

La pausa caffè tanto amata nella cultura italiana non è molto celebrata. L’umorismo e la cordialità a volte forzata inglesi sono all’ordine del giorno e quel sentirsi un po’ speciali, beh, non può passare inosservato. È intrinseco nell’essere inglesi. Noi siamo gli Europei, quelli emotivi, quelli strani, che fanno subito amicizia. Loro sono L’ISOLA. I diversi.

Poi c’è il look. Questa è la ragione principale per la quale amo lavorare in un’azienda inglese. Vivere un’azienda inglese. Se sei fortunato come la sottoscritta, e ti capita di lavorare in un gruppo high street di moda non puoi che assaporare le peculiarità inglesi in fatto di gusto in abbinamenti e stile. E poi sono grandi risate. Non vi è spazio per le discriminazioni fisiche o i commenti poco carini perché la persona peggio vestita è seduta accanto a te e se fare qualsiasi tipo di commento legato al suo modo di porsi o vestirsi potrebbe essere mobbing o harassment. Poi secondo me ci sono dei limiti. Rimango ancora un po’ frenata nel vedere le mie colleghe con delle minigonne e magliettine un po’ troppo informali. Ma forse questo vale solo per il mondo della moda.

Qualcuno per i corridoi oggi mi ha detto che sembro parecchio europea. Ho accolto il commento come un complimento. Ancora devo abituarmi a certe tendenze. In particolare agli shorts formato mutanda. Specie se mezzo sedere rimane completamente esposto. Quasi come se fossimo a qualche festival musicale tipo Lovebox. Come se non ci fosse un domani. Poi c’è il trucco. E qui lascio a voi l’immaginazione. Il paragone è inevitabile. Vorrei poter scorgere sotto tutto quello strato di cipria denso color rosa antico il viso delle mie giovani colleghe. Mi chiedo se riuscissi a riconoscerle. Chissà! Se sei fortunato, sulla tastiera del tuo computer puoi poi trovare impronte arancioni. Non ti stupire! Potrebbe essere l’autoabbronzante messo la mattina.

Detto questo poi bisogna doversi integrare nelle chiacchierate. Non solo aver la capacità di comprendere tutti i possibili accenti (impazzisco con la mia collega di Manchester che cerco prontamente di evitare perché parla tipo macchinetta e finisco per non capire nulla) ma vivere e essere coinvolti negli usi e costumi, le battute, le cose che dovrebbero far ridere e apprezzare la scioltezza con cui gli inglesi parlano di quanto siano wasted (ubriachi) durante il weekend.

Un’altra cosa positiva c’è però. E fortunatamente non sono solo io ad avere la fortuna di beneficiarne. Gli orari. A meno che non si lavori in banca (mondo per me completamente a parte – saluto i miei amici bankers) gli inglesi amano finire in tempo il proprio lavoro. Non esiste quell’idea secondo la quale ‘più resto al lavoro più valgo’ (o viceversa). Il mio direttore qualche settimana fa si è sorpreso che alle 5.20 fossi ancora in ufficio mentre lui stava uscendo per un drink. Insomma, non si salvano vite umane.

Lavorare in Inghilterra. Ci sarebbe così tanto da dire. Probabilmente si tratta poi di piccole cose che per chi ha vissuto mondi diversi, si trasformano in grandi sorprese e allo stesso tempo opportunità per acquisire versatilità. Ma di certo sarebbe interessante poter raccogliere tutte le possibili differenze che si nascono nella vita quotidiana di un piccolo impiegato, a partire da come prende il caffè e dalle chiacchierate di cortesia.

La nostra realtà

La nostra realtà. Quanti problemi sembrano perseguitarci ogni giorno. Drammi che ci portiamo avanti per anni come fossero zavorre sulle nostre spalle. Quanti problemi influenzano i nostri giorni come se fosse tutto ciò di cui siamo fatti veramente. Come se senza problemi non ci fosse null’altro da raccontare. Quanti drammi ampliati, raccontati, condivisi, interpretati e malintesi. Quanti drammi in fondo anche un po’ finti. Frutto della nostra immaginazione.

In un giorno normale viviamo continuamente di reazioni. Reazioni a drammi creati dalla nostra mente. A risentirne è la nostra energia fisica e mentale.

Un collega che sembra guardarci male e che diventa il nostro problema principale e per il quale iniziamo ad avere l’ansia in ufficio, restare attaccati ad una visione drammatica del nostro passato come se non ci fosse un domani, come se non potessimo scrivere null’altro di buono e nuovo. O ancora, vivere perennemente nella paura di non farcela e poi non farcela veramente.

In un mondo così veloce e così intenso, mi viene da dire che è davvero un peccato stare a perdere tempo in inutili storie – vissute ed esistite veramente forse – ma che non fanno altro che rallentare il nostro cammino. I problemi vanno risolti ma non esistono per poi crearne di nuovi una volta sistemati. I problemi forse non esistono nemmeno. Esistono episodi e la connotazione che poi noi finiamo per dar loro è di valore negativo.

Pensateci. In fondo, la vita è neutra. Le cose accadono, succedono. I giorni si ripetono e accaduti diversi succedono. A noi, ai nostri amici, agli sconosciuti. Poi succede che noi reagiamo ad essi perché ci riportano a ferite vecchie, a cose non superate, ad antichi ricordi. Finiamo per reagire al significato che un giorno abbiamo deciso di affiancare a questi ultimi.

Se invece agissimo a degli episodi neutri, che accadono in una vita umana, cosa succederebbe? Che ne sarebbe di noi? Ci sentiremmo ancora ‘significativi’, abbastanza ‘impegnati’ nella nostra esistenza? La nostra vita avrebbe veramente un senso o dovremmo trasformarli di getto in drammi impossibili da risolvere e che succedono solo esclusivamente a noi?

Questa è la nostra realtà.

#benvenutaestate Ti voglio tanto bene

Benvenuta anche all’estate!

Benvenuta anche a Londra che oggi ci regali tanto sole!

Regole del 21 Giugno per godere di queste fantastiche giornate

1. Svegliarsi presto, preferibilmente verso le 7-8 di mattina.
Quante cose si possono fare d’estate e non c’è gioia più grande di avere più ore per fare quello che più ci piace.

2. Stare con gli amici
Organizzare uscite, spedizioni, chiacchierate fino a tardi. Insomma, tanta felicità condivisa

3. Indossare abiti leggeri e corti.
Una grande liberazione poter indossare pantaloncini corti e magliette colorate. Personalmente mi fa sentire molto più libera.

4. Fare cose che non si è mai osato fare.
In fondo l’estate ha un ‘non so che’ di strano nell’aria. A volte sembra che tutto sia possibile. E perché no?

5. Annotare i momenti indimenticabili
D’estate accadono episodi magici. Momenti unici che andrebbero annotati per poi poterli ricordare in futuro durante i nostri inverni lunghi e freddi.

6. Guardare le stelle circondati dalla natura.
Una bellezza semplice, che però lascia ogni volta senza parole.

7. Ammirare i colori e gli odori estivi.
(E dimenticarsi che le allergie ci stanno mettendo in ginocchio.)

8. Baciare nella notte quando la temperatura è ancora calda (e magari tira un venticello leggero.)
Questo, per i più romantici come me.

9. Dormire nudi
Una liberazione.

10. Ammirare i tramonti.
Uno di quei fenomeni naturali che non smette mai di meravigliarci.

Fuori Casa

Fuori Casa_Bus Giallo

 

 

Eccomi qua! Dopo qualche settimana di assenza, torno a scrivere.

Nel frattempo sono accadute molte cose, nella mia vita e nella vita delle persone a me care.

Innanzitutto ho cambiato casa e mi sono innamorata della mia zona. Fuori casa mia trovo un’atmosfera diversa da quella di prima. Case più silenziose, bambini che corrono in bici come pazzi, camioncini gialli a portare un po’ di colore, carrelli della spesa abbandonati sul marciapiede.

Cammino per strada e mi accordo di quanto tutto cambi nell’istante in cui decidiamo veramente di trasformare anche solo le piccole cose della nostra vita.

In questo spazio di tempo ho imparato cosa significa lasciare le aspettative e lavorare a favore dei propri desideri. Ho potuto sperimentare tutto ciò nella mia ricerca per un nuovo lavoro. Dal momento in cui ho smesso di lamentarmi e ho deciso che avrei trovato qualcosa di nuovo già per l’estate, le cose sono tornate ad essere più semplici e la ruota è iniziata a girare, in un modo anche più semplice di come mi aspettassi.

Così ho firmato un nuovo contratto e inizierò a Luglio. Un lavoro più creativo, più dinamico e meno stressante.

Fuori casa ho trovato nuove passioni, come quella della fotografia di strada – anche se poi so di non essere un granché – mi diverte raccontare storie attraverso scatti strani. In ogni cosa è perfetta esattamente com’è. Una volta appreso questo, non si può che continuare a sperimentare.

Fuori casa ho sostenuto amici in attimi intensi e tristi e ho visto cambiamenti altrettanto veloci negli occhi vispi di chi come me ha voglia di coraggio, ha tanta voglia di vivere e di trasformarsi. Ho visto un’amica vendere una casa nella quale viveva per più di quindici anni per sostenere i sogni di suo figlio che desidera studiare all’estero. Mi ha commosso il processo emotivo affrontato dalla mia amica perché ne ho scorto la semplicità e fragilità umana e allo stesso tempo l’amore che contraddistingue la nostra natura.

Fuori casa ho condiviso con una mia carissima amica la gioia di vedere quanto abbiamo camminato in questi mesi a Londra. Quante fatiche e quanti sorrisi. Quanta gioia nel vederla di nuovo felice.

Dentro casa ho trovato uno spazio di nuovo tutto mio dove sperimentare creatività a tutti i livelli. Dentro casa coltivo il mio essere, perché quello che sono diventa le mie azioni. Le mie azioni trasformano la mia vita, e non potrebbe essere più esaltante.

Vi invito cari amici ad abbracciare il cambiamento, a condividerne le difficoltà, le emozioni intense. E poi ad ammirarne la bellezza incontaminata di quell’attimo in cui nella realizzazione non può che esservi ammirazione, liberazione, libertà, amore.

Dove, una giornata in studio. Storia di una comparsa che non crede ai suoi occhi

Giorno dello shooting Dove.

Aaaaaa

Exciting!

Sveglia alle 5.30 mi catapulto giù dal letto e mi accorgo che non ho rasato l’ascella! Grave errore dato che tutto è focalizzato sulla mia ascella.

Alle 6.50 pick up del taxi. Dramma! Senza un filo di trucco sembro un fantasma.

Mi metto a parlare con il driver per la serie non chiudo mai la mia bocca. Ma così scarico la tensione.

Arrivo in studio e avvisto pancetta calda. Gnam! Mia!

Mi danno lo script che dovrò leggere davanti alla camera.. fantastico, divertentissimo!

Mi sistemano i capelli, mi truccano, sembro un’altra. Davvero esaltante!

È il mio turno, mi portano nel camerino, mi vestono, sistemano il top diecimila volte, mi passano quello strano rullo per rimuovere i ‘peli’ sulla maglietta che io non vedo, e poi ancora una volta mi sistemano la maglietta sotto la mia ascella già pezzata. Sento l’adrenalina salire. Mi sento felice. Lo studio è bellissimo. La direttrice creativa mi mette subito a mio agio. Mi chiede cosa faccio nella vita, cosa sogno di fare, mi chiede quali sono le cose divertenti che mi contraddistinguono.

Quando sento ‘Action’ (Azione) mi rendo conto che è davvero il mio turno. La spia rossa si accende. Si gira! È il mio turno. Sento la mia voce, mi sento me stessa, in un attimo vengo catapultata in un luogo senza tempo. Vedo le truccatrici attorno a me che mi sistemano i capelli, il trucco. Mi sento una star. Torno al mio script. Quanto mi diverto. La direttrice creativa mi dice che sembro particolarmente a mio agio. Forse perché mi godo il momento. Non vedo l’ora di condividere questa esperienza meravigliosa.

Tempo di qualche ripresa ravvicinata, tempo di alzare le mie ascelle. Quante risate!

Si sente battere le mani. Siamo al termine e io mi sento felice, più di prima.

Esco dallo studio e vedo una delle mie inquadrature sorridermi. Non posso crederci.

Grazie Dove!

Dove e il concentrato di autostima

La prossima settimana sara’ una settimana molto intensa e sicuramente divertente. Dove, la marca di deodoranti, creme, doccia-schiuma e chi ne ha piu’ ne metta mi ha selezionata per il nuovo spot italiano parte della nuova campagna. In realta’ ho fatto i casting un po’ per gioco. Non credendoci nemmeno tanto. E’ stato divertente passare il primo, essere richiamata, poi il secondo ed essere richiamata ancora. Mi e’ sembrato da subito un ottimo concentrato di autostima. Quando poi sono stata a prepararmi allo studio a Notting Hill tutto mi e’ sembrato meraviglioso. Non solo hanno scelto per me un guardaroba molto alla mano e minimal ma mi hanno fatto sentire come a casa. Tagliato i capelli (argh l’ho fatto) e truccato. Abbiamo scattato parecchie foto e ho ricevuto l’attenzione delle stylist e di tutto il team creativo. Il mio ego brulicava. Era quasi divertente starlo ad ascoltare. Uscita dallo studio dove Dove ci aveva dato appuntamento, mi sono scattata un po’ di selfie lo ammetto ma proprio perche’ mi sentivo al settimo cielo. Ho pensato che ogni donna dovrebbe avere dei momenti cosi’. Settimana prossima sara’ il momento dello shooting. Ma il giorno prima ci e’ stato regalato un giorno alla Spa! Gia’ mi vedo con il mio faccione immerso nell’acqua calda a gongolare felice. Non vedo l’ora. Se ci penso mi si stampa un bel sorriso in faccia. Sara’ un’esperienza fantastica e sicuramente comunque andra’ potro’ dire di aver ritrovato un po’ di autostima magari persa un po’ troppo per strada. Grazie Dove per questa bella opportunita’.

Uno spazio vuoto da riempire

C’è uno spazio disponibile nelle nostre giornate che può utilizzato per mettervi tanta fiducia. Fiducia nelle cose che avvengono nelle nostre vite affinché possano essere viste come episodi che accadono e che sono l’espressione perfetta di ciò che dovrebbe essere in questo esatto momento.

A volte è così difficile spiegare la ragione per la quale accadono le cose. Forse perchè ragione non c’è se non quella che le cose accadono nella giusta misura, nel giusto attimo. Acquisito questo non serve lamentarsi o accanirsi o ancor peggio rimanere immobili a scolpire le nostre paure. Non servirebbe che a bloccare la nostra creatività, a renderci perennemente infelici.

Certo è una sfida rimanere sempre in quello stato di fiducia totale dove non vi sono dubbi, dove le paure si vedono ma scorrono lungo il nostro corpo senza pervaderci. A volte è quasi impossibile. In quei giorni dove ti sembra che tutto vada storto, che gli altri attorno a te abbiano di più di quello che dovresti meritare, quando ti sembra che le tue fatiche non vengano mai ripagate. Ma forse è solo una questione di punti di vista. Forse se si fissa solo una macchia che sta su una maglietta non si vedrà il design di quest’ultima e neppure ci si interrogherà sulla fibra che la compone.

Vi sono migliaia di aspetti che ci sfuggono perchè cerchiamo di spiegarli razionalmente. Muniti di una troppo limitata conoscienzacerchiamo di spiegare qualcosa che razionalmente non si può spiegare: l’accadere delle cose. Vorremmo che tutto si realizzasse secondo i nostri tempi, le nostre modalità, i nostri principi. Ci sembra che attendendo in fiducia si rimanga ad aspettare, senza fare nulla. La verità è che attendendo in fiducia si evita di reagire. Si evita di reagire ad una parte di vita, a quella che decidiamo noi, a quella che giudichiamo essere totalmente rilevante per la nostra esistenza.

Nell’istante in cui ci fissiamo diventiamo noi stessi limitati. Nelle nostre azioni. Ci limitiamo a reagire alle cose invece di agire proattivamente.
C’è uno spazio vuoto che possiamo riempire di fiducia e calma, pace e divertimento.

C’è uno spazio vuoto nel quale possiamo mettere tutti i nostri sogni per farli espandere e diventare più grandi delle nostre paure.

 

Incontri turchi

Che mi piaccia parlare si sa. Che mi piaccia parlare anche con i muri e con qualsiasi persona che mi passi sottomano è risaputo. È più forte di me. Se mi trovo in un luogo pubblico con una persona (sconosciuta soprattutto perché nasce la curiosità) per più di 6 minuti inizio a dirmi che sarebbe educato iniziare una conversazione. Forse più educato sarebbe stare zitti e non infastidire, ma come detto, è più forte di me.

La voglia di scoprire, chiacchierare, interrogare, conoscere è insita in me.

Quindi, ieri mattina quando mi sono ritrovata in mezzo ad una strada deserta davanti alla cattedrale di St James e voltandomi ho visto una faccia famigliare scorta qualche minuto prima sul mio bus precedente, non ho potuto che avvicinarmi e chiedere a questa faccia in che direzione andasse. L’ho fatto anche un po’ perché non trovavo la strada per la stazione e un po’ per noia perché camminare alle 6.30 di mattina a Londra soli è comunque un po’ frustrante. Mi sono imbattuta in questo giovane ragazzo turco sulla trentina che ha iniziato a parlarmi della sua vita. Ora che ci penso, arrivati insieme alla stazione di Paddington dove ho preso il treno express per Heathrow non ho avuto nemmeno il tempo di chiedergli quale fosse il suo nome.

È stata una chiacchierata davvero carina. Mi ha raccontato i motivi per i quali fosse ora a Londra (da solo 3 settimane). Mi ha raccontato che viene da Istambul, che faceva il Sales Manager  in una grande azienda, abbiamo parlato di economia e lavoro e mi ha confidato di essere scappato dalla Turchia perché non si sentiva di voler sostenere uno stato troppo fondamentalista in termini di religione. Gli ho chiesto se non fosse musulmano e lui mi ha risposto che ad una certa età ha confessato ai suoi genitori che non avrebbe seguito gli insegnamenti islamici perché quella non era la sua strada. Gli ho detto quanto questa decisione fosse coraggiosa. Gli ho detto di avere un’idea forse non troppo realistica legata alla religione islamica, ovvero di essere in tutti i paesi molto assolutista e bacchettona. Difficile svincolarsi forse poiché tramandata di famiglia in famiglia. Gli ho detto quanto fossi consapevole di questo cliché. Mi è sembrato così interessante ascoltare le sue parole, carpire un po’ della sua storia, e comprendere quanto possa essere stato difficile condividere idee diverse con dei genitori che comunque vogliono sempre il bene per i propri figli. Mi ha detto che sicuramente la decisione non è stata facile e parlarne ha comunque creato negli anni diversi malumori. Abbiamo discusso di religione, di credenze e fede. Gli ho detto quanto sia importante rispettare il credo altrui ma quanto comunque sia difficile mettere in pratica questo tipo di tolleranza, rispetto e comprensione. Purché vi sia apertura mentale, spesso non ci si accorge che si finisce per ferire qualcuno anche con una timida battuta.

Arrivati a Paddington ho dovuto correre per prendere il mio treno. Con il sorriso in faccia mi sono detta che in fondo vagabondare per Londra alla ricerca di un bus può sempre riservare belle sorprese. Camminando lungo il binario ho pensato quanto sia importante potersi esprimere, avere il coraggio di esporsi e poi farlo veramente, sostenere le proprie scelte giorno dopo giorno perché giuste per noi stessi. Ho pensato che ci sono piccole rivoluzioni quotidiane che accadono nelle nostre case, nelle nostre famiglie e comunità e che permettono con il tempo di creare più libertà, movimento, cambiamento o trasformazione. Ho pensato quanto sia importante onorare i nostri genitori. Anche solamente per averci dato la possibilità di vivere una vita. Tutte queste cose in una fresca domenica mattina di aprile. Ho pensato quanta intensità vi è nei miei giorni e ho ringraziato questo episodio per avermi fatto sentire viva e felice di vivere in una società fatta di tante persone diverse.